Facebook, rivoluzionare l’approccio (a pagamento) dei dati al servizio dei cittadini

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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un procedimento istruttorio nei confronti di Facebook per presunte pratiche commerciali scorrette

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un procedimento istruttorio nei confronti di Facebook per presunte pratiche commerciali scorrette. Questi comportamenti potrebbero integrare due distinte pratiche commerciali scorrette in violazione degli articoli 20, 21, 22, 24 e 25, del Codice del Consumo, in quanto, da un lato, Facebook non informerebbe adeguatamente e immediatamente, in fase di attivazione dell’account, l’utente dell’attività di raccolta e utilizzo, a fini commerciali, dei dati che egli cede.
Dall’altro, Facebook avrebbe esercitato un indebito condizionamento nei confronti dei consumatori registrati, i quali, in cambio dell’utilizzo di Facebook, presterebbero il consenso alla raccolta e all’utilizzo di tutte le informazioni che li riguardano (informazioni del proprio profilo FB, quelle derivanti dall’uso di FB e dalle proprie esperienze su siti e app di terzi), in modo inconsapevole e automatico, tramite un sistema di preselezione del consenso e a mantenere lo status quo per evitare di subire limitazioni nell’utilizzo del servizio in caso di deselezione.

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Insomma, dopo gli ultimi ‘scandali’ che hanno messo sotto la lente il colosso dei social network e messo in dubbio la trasparenza, se mai vi fosse motivo di credere al contrario, di Facebook nei confronti ‘di tutti noi’, ecco l’ennesima stoccata da parte dell’Agcm che ci vuole vedere più chiaro. Semmai non si fosse ancora capito, è saltata l’idea che Facebook e altri social fossero al servizio di una comunità, quanto piuttosto artefici di un progetto globale di aspirazione di dati dai cittadini. Secondo il sociologo ed esperto di tecnologia e informazione Evgeny Morozov, direttamente da The Observer, “Come altre aziende del settore, Facebook guadagna scavando in profondità nei nostri dati personali: prima viene il profitto poi le implicazioni sociali e individuali”, spiega dalle pagine di Internazionale.

Quindi, l’idea di un futuro digitale roseo non è più qualcosa che molti danno per scontato. Il prezzo per costruire e gestire questa infrastruttura sociale può anche essere pari a zero, ma i costi sociali ed economici sono ancora più difficili da valutare.
“Facebook è un sintomo, non la causa dei nostri problemi”, sottolinea Morozov. “A lungo andare, accusare la sua cultura aziendale si rivelerà inutile quanto accusare noi stessi. Quindi invece di discutere dell’opportunità di spedire Zuckerberg nell’equivalente aziendale dell’esilio, dovremmo fare del nostro meglio per riorganizzare l’economia digitale a favore dei cittadini, e non solo di una manciata di aziende miliardarie che considerano gli utenti dei consumatori passivi senza idee politiche ed economiche né aspirazioni”, spiega.

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In un certo senso il mercato tecnologico statunitense dell’ultimo decennio non è molto diverso dal mercato immobiliare statunitense degli anni 2000: entrambi hanno cercato di produrre ricchezza anche quando l’economia reale soffriva. se si escludono le ricchezze accumulate dalle aziende tecnologiche negli ultimi anni, ci sono pochi motivi per parlare di una ripresa significativa dopo la crisi. Questo è uno dei motivi principali per cui difficilmente Washington farà qualcosa per legare le mani dei suoi giganti tecnologici, visto che le aziende cinesi stanno mostrando i muscoli e si stanno espandendo all’estero, spiega Internazionale.

Facebook, naturalmente, può cercare di cambiare il suo modello economico. Amazon e Alphabet, per esempio, ultimamente sono entrate nel settore dei servizi, con l’intelligenza artificiale e il cloud computing, che offrono margini di guadagno più ampi e aiutano a superare i problemi legati alle attività principali delle due aziende. Facebook, anche se ha eccellenti ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale e molti dati con cui tenerli occupati, è in ritardo. Dopo gli ultimi scandali, faticherà a convincere i potenziali clienti che i loro dati sono al sicuro. All’azienda rimane una sola scelta: sbarazzarsi completamente della pubblicità e far pagare agli utenti un abbonamento mensile, in pratica una quota d’adesione, per i suoi servizi.

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