Hybrid cloud: discrepanze tra diffusione e maturità di utilizzo

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Secondo uno studio condotto da IDC a livello mondiale su un campione di oltre 6mila rispondenti (IDC CloudView 2016), il 73% delle aziende avrebbe già adottato una strategia hybrid cloud per l’erogazione di servizi IT, ma emergono discrepanze tra maturità e grado di diffusione

Se da un lato le aziende hanno annunciato di aver già adottato una strategia hybrid cloud per l’erogazione dei servizi It, dall’altro si dimostrano immature quando devono spiegarne l’utilizzo. Secondo uno studio condotto da IDC a livello mondiale su un campione di oltre 6mila rispondenti (IDC CloudView 2016), il 73% delle aziende avrebbe già adottato una strategia hybrid cloud per l’erogazione di servizi IT. Sette aziende su dieci nel mondo dichiarerebbero quindi di operare già in un ambiente di cloud ibrido. Ma da qui in poi, IDC ha scoperto che le cose non sono proprio tutte rose e fiori.

Per il 20% delle aziende mondiali, l’hybrid cloud equivale all’utilizzo congiunto di risorse cloud pubbliche e private per il medesimo workload. Per il 18%, questo utilizzo congiunto non è necessariamente limitato al medesimo workload. Per il 16%, cloud ibrido significa poter facilmente passare da un service provider all’altro. Ancora per il 18%, hybrid cloud è poter utilizzare una varietà di servizi cloud pubblici dello stesso service provider o di più service provider. Infine per il 22%, è poter usare una varietà di risorse cloud (per esempio computazionali e storage) dello stesso service provider o di più service provider. Il 6% non risponde o indica altri utilizzi.

Queste differenti sfumature di significato nell’utilizzo dell’hybrid cloud evidenziano secondo IDC una sensibile discrepanza a livello aziendale tra il grado di diffusione del cloud ibrido e il grado di maturità nel suo utilizzo. La maggior parte delle aziende che dichiarano di aver adottato una strategia hybrid cloud ha sottoscritto contratti per servizi cloud pubblici e sta utilizzando un mix di risorse IT pubbliche e private, ma poche sono per esempio in grado di garantire la portabilità dei workload o il bursting in automatico.cloud storage@shutterstock

A questo scopo, IDC ha definito quali sono le sei caratteristiche necessarie a un ambiente hybrid cloud perché possa essere definito come tale:

  • La sottoscrizione a più servizi cloud esterni
  • L’utilizzo congiunto di servizi cloud pubblici e asset IT dedicati
  • Un’architettura IT in grado di unire la configurazione, l’approvvigionamento e la gestione delle risorse cloud
  • Il supporto di workload altamente portabili e del bursting automatico (il passaggio dell’esecuzione di un picco da una private cloud, o un data center interno, a una public cloud)
  • L’utilizzo di due o più workload in configurazione automatica
  • La gestione di tutte le risorse IT con lo stesso service catalog, gli stessi SLA ecc.

Seconda la roadmap evolutiva disegnata da IDC, le aziende devono tendere verso soluzioni di cloud ibrido, integrando cloud pubblico e privato a livello applicativo, di dati e infrastrutturale, per giungere a un vero e proprio stadio “multicloud”, ove servizi e applicazioni cloud interne ed esterne possono essere configurati e integrati automaticamente con un approccio che potremmo definire best-of-breed.

Saranno proprio questi alcuni dei temi trattati da Aruba in collaborazione con IDC nel corso del roadshow “Hybrid Cloud per disegnare la propria evoluzione IT” che si terrà in tre tappe nel Nord Italia: a Bologna e a Padova il 10 e il 29 novembre 2016, a Milano il 18 gennaio 2017.

Nel corso delle tre tappe, Sergio Patano, research and consulting manager di IDC Italia, gli esperti di Aruba e i testimonial di alcune aziende italiane spiegheranno come il cloud ibrido supporti le strategie di innovazione delle imprese italiane nel percorso di digital transformation, ponendo l’accento su rischi e vantaggi di una strategia di immobilismo verso una strategia evolutiva.

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