Il software libero chiama il canale

Strategie

C’è molto buon software libero in Italia, ma mancano del tutto operatori di canale in grado di sfruttarne le possibilità di business. E così, anche chi ci crede, si trova di fronte a difficoltà non indifferenti

Si conosce Ubuntu, si conoscono i progetti legati a Chrome (discendente diretto del progetto open Chromium) e tutti, ma proprio tutti, conoscono Firefox, tra i browser più utilizzati in assoluto. Il software libero e Linux, sui pc per la produttività, però, sono entrati nel circuito del mercato quasi esclusivamente per scelte individuali, davvero di rado come frutto di scelte di valutazioni ponderate, ancora più di rado come scelta sistematica e stile per ragionare gli investimenti IT. In Italia, si può tranquillamente affermare che quando si parla di ‘canale’ e di software libero, si parla di un’entità ancora tutta da creare, quasi inesistente.

Non è così ovunque, non è così per esempio in Germania, dove circa un anno fa la città di Monaco di Baviera ha rinunciato a rinnovare centinaia di licenze di Microsoft Office, e ha migrato anche i desktop, oltre ai server, per un risparmio valutabile in qualche milione di euro. Negli ospedali di Copenaghen 25mila desktop usano LibreOffice, 500mila desktop governativi francesi utilizzano software libero e…

Italo Vignoli
Italo Vignoli, Fondatore e Consigliere Document Foundation, da sempre promuove il software libero

 

…E c’è anche qualche esempio italiano. Gocce nell’oceano. Come, per esempio, quella della regione Umbria che ha promulgato già cinque anni fa una legge regionale per la valutazione e la promozione del software libero e usa LibreOffice su 6.000 computer da ufficio, oppure ancora la Provincia di Milano e la Provincia di Perugia. Eppure è sempre poco, e le difficoltà sono tantissime. Anche perché il canale non c’è e finisce che in tanti casi chi vuole provarci deve far conto sulle proprie forze e, nel caso, attivare un centro di competenze interno. Si può tranquillamente ammettere che mentre i vendor di software proprietario hanno fatto un ottimo lavoro, e capillare, nel proporre licenze e assistenza, il paradigma ‘canale’ per il software libero, praticamente non esiste, o è affidato alla volontà (e al troppo lavoro) di realtà piccole.

Non abbiamo in Italia in pratica servizi di aziende come Credativ, cioè chi creda fermamente di poter fare business con il software libero. Si badi, non parliamo qui delle porzioni di software open source presente in quasi tutti i giganti software/hardware che operano sul mercato e il cui canale è certamente fiorente (Oracle, Ibm, Emc etc.etc.). Si parla qui di un canale pronto a portare realtà della PA e realtà aziendali a migrare da software proprietario a software libero toutcourt, sull’esempio delle realtà già citate. Quindi si parla di un modello di business slegato dal ricatto delle licenze. Non c’è mercato per il canale open source? Non è propriamente così, perché anche in Italia esistono realtà business di livello enterprise ‘insospettabili’ che vorrebbero avviare progetti di migrazione di questo tipo, ma fanno fatica a trovare le risorse di consulenza necessarie per progetti in grande stile e quindi si devono rivolgere a realtà estere.

Non è servito nemmeno l’Art. 68 dell’Agenda Digitale a cambiare il panorama. La norma resta ampiamente disattesa, senza che accada nulla.

Essa, nella nuova formulazione, recita:

Le pubbliche amministrazioni acquisiscono programmi informatici o parti di essi nel rispetto dei princìpi di economicità e di efficienza, tutela degli investimenti, riuso e neutralità tecnologica, a seguito di una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico tra le seguenti soluzioni disponibili sul mercato:

a) software sviluppato per conto della pubblica amministrazione;

b) riutilizzo di software o parti di esso sviluppati per conto della pubblica amministrazione;

c) software libero o a codice sorgente aperto;

d) software fruibile in modalità cloud computing;

e) software di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d’uso;

f) software combinazione delle precedenti soluzioni.

Inutile nascondersi dietro a un dito, non mancano alcune criticità: è verissimo che mentre il software proprietario ha cavalcato con profitto i temi di cloud e mobility computing, il software libero presenta evidenti ritardi, soprattutto nel secondo pillar (basterebbe confrontare quanto offre Sap in ambito Erp anche dal punto di vista mobile e quanto il ‘piccolo’ gestionale Compiere). Eppure, specialmente in tempo di crisi, e considerato il tessuto della nostra realtà imprenditoriale, l’Italia è piena di piccole realtà che avrebbe solo da beneficiare dall’adozione di software libero, completamente svincolato dai criteri di licenza a pagamento, ma anche in questi casi, gli uomini di buona volontà dovrebbero affidarsi o a pochi nomi noti, oppure aprire internamente dipartimenti con competenze dedicate.

Andrea Trentini
Andrea Trentini, Professore al Dipartimento di Informatica (DI) – Computer Science

 

Un circolo virtuoso canale/software libero è possibile, può rappresentare un’idea di business alternativa, a partire da quei mercati che stanno faticando a innovare. Pensiamo per esempio alle realtà che a stento trattengono i propri clienti con i prodotti proprietari, ma pensiamo anche alle possibilità per i giovani, a partire da start-up innovative. Eppure anche chi segue studi universitari e desidera approfondire le tematiche del software libero, difficilmente prosegue la propria carriera professionale seguendo progetti in questo ambito.

Sono esempi banali, ma oggi il canale italiano non propone nemmeno una realtà di e-commerce che venda hardware di vendor conosciuti (Dell, Lenovo, Acer, Asus) con solo software libero a bordo . Non c’è un negozio online uno, dove acquistare hardware e consulenza e assistenza per realizzare progetti ‘liberi’.

Linux Day a ottobre 2013 sarà una buona occasione per ri-parlarne con gli addetti ai lavori e confrontarsi in una realtà dove già si pensa che queste idee non siano per nulla in antitesi con quelle per fare business.

Per saperne di più leggi anche: Italo Vignoli, il software libero punta alla parità

 

 

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