Jeff Bezos (Amazon.com) e la battaglia contro la tassazione degli acquisti online

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Jeff Bezos, l’amministratore delegato di Amazon.com, ha intenzione di portare davanti alla Corte Suprema la sua battaglia legale contro la tassazione degli acquisti online nello stato di New York.
Per questo si è affidato a Ted Olson, uno degli avvocati più famosi di Washington

Jeff Bezos, l’amministratore delegato di Amazon.com, ha intenzione di portare davanti alla Corte Suprema la sua battaglia legale contro la tassazione degli acquisti online nello stato di New York.
Per questo, secondo TmNews, il numero uno del colosso delle vendite via internet si è affidato a Ted Olson, uno degli avvocati più famosi di Washington.

Olson lo scorso 23 agosto ha presentato una petizione alla Corte Suprema con la richiesta di esaminare il caso di Amazon.
Come riporta il Financial Times, lo stato di New York ha imposto ai rivenditori online di fare pagare tasse sulla vendita (il corrispettivo dell’Iva italiana, attualmente all’8,75% a New York) in risposta alle polemiche sollevate dai retailer tradizionali.amazon@shutterstock

Secondo società come Wal-Mart e Best Buy il successo di aziende come Amazon è costruito su una falla del codice tributario che dà ai rivenditori online un vantaggio iniquo derivato appunto dal fatto che in molti stati americani non sono tenuti a fare pagare le tasse sulla vendita. Ma a dribblare il fisco italiano sono numerose aziende, anche se negano i loro tentativi di dribbling ai danni dell’erario. Secondo l’agenzia Ansa, nel 2012 la controllata Google Italy ha pagato all’Erario solo 1,8 milioni di euro, come nel 2011, grazie a un’altra società del gruppo, collocata in Irlanda.

Ma Google, che nel mondo registra un fatturato da circa 50 miliardi di dollari e un utile di oltre 10 miliardi di dollari, in Italia conterebbe 52 milioni di ricavi e un utile di 2,5 milioni di euro.
Da alcuni controlli della Guardia di Finanza è emerso che, nel quinquennio tra il 2002 e il 2006, Google avrebbe eluso redditi per 240 milioni di euro, evitando poi pagare 96 milioni di tributi Iva e 70 milioni di tasse. Ma questi numeri impallidisco rispetto al giro d’affari attale di Google Italy: per esempio, secondo il Corriere della Sera, nel 2011 Google avrebbe raccolto come concessionaria di pubblicità una cifra paro a 5-600 milioni di euro. E fra 3-4 anni Google punta perfino a superare Publitalia, il numero uno in Italia con 2 miliardi di fatturato annuo.

Secondo un’interrogazione parlamentare, nel quinquennio successivo a quello analizzato dalla GdF, Google non avrebbe dichiarato un fatturato da 1,7 miliardi. Dunque le tasse eluse ammonterebbero a 600 milioni di euro circa. Ma Google precisa che le sue sono strategie volte ad ottimizzare i profitti collocando le controllate in stati a fiscalità soft, e mai ad evadere od eludere: “Google rispetta le normative fiscali in Italia e in tutti i paesi in cui opera. La realtà dei fatti è che la maggior parte dei governi usa gli incentivi fiscali per attrarre investimenti stranieri e questo crea posti di lavoro e crescita economica e, naturalmente, le aziende rispondono a questi incentivi.

E’ una delle ragioni per cui Google ha stabilito la propria sede europea in Irlanda, unitamente alla possibilità di assumere personale qualificato. Se ai politici non piacciono queste leggi, loro hanno il potere di cambiarle. La nostra corporate tax rate complessiva nel 2012 è stata del 20% circa“.
Ma Google non è la sola Big IT sulla graticola fiscale. Il Congresso USA accusa Apple di aver sottratto al fisco 70 miliardi di dollari, nel triennio tra il 2009 e il 2012, in cui l’azienda di Cupertino ha trasferito la propria tassazione sulla società irlandese del gruppo.

Secondo l’Ansa, Amazon ha pagato in tasse circa 950 mila euro, mentre Facebook ha versato poco meno di 132 mila euro. Anche Facebook, come Google, dispone di una struttura societaria che non fattura i ricavi nella filiale italiana, ma che registra come ricavi i servizi prestati a un’altra società del gruppo, la Facebook Ltd – Ireland, collocata in Irlanda. Amazon invece ha scelto il Lussemburgo, dove sono registrati: 18,4 milioni di ricavi di Amazon Italia Logistica; e i 7,4 milioni di Amazon Italia Services. Entrambe sono controllate della lussemburghese Amazon Eu Sarl.
All’ultimo G20 l’OCSE ha acceso i fari sulle “strategie fiscali” delle multinazionali del settore tecnologico. Vedremo come andrà a finire il braccio di ferro fra Stati e Multinazioni hi-tech.

Autore: Channelbiz
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