Smartwatch e Google Glass, arriva per tutti la tecnologia da indossare. Il mercato può assorbire altri device?

Strategie

Gli ultimi annunci sugli smartwatch che dialogano con smartphone e device pongono alcuni interrogativi sui criteri per scegliere gli strumenti più funzionali ai reali bisogni

Solo fino a tre anni fa si viveva (e lavorava) tranquillamente con laptop e smartphone. Negli ultimi tre anni sono arrivati tablet da dieci pollici, poi con display per ogni sorta di diagonale (6-7-8-9-10 pollici): i mini, i phablet, ora gli smartwatch e presto anche in Italia ci saranno i Google Glass, seguiti – c’è da scommettere – da quelli degli altri vendor.

Mentre la tecnologia da indossare a livello di prototipi non ci ha mai fatto mancare nulla, la produzione in serie massiccia inizia ora. Solo per gli smartwatch sono già in campo Samsung, Sony, Qualcomm, probabilmente prestissimo Apple. Per gli occhiali al momento solo Google ha già fatto vedere qualcosa di molto concreto.

La prima domanda è: può il mercato assorbire così tanti prodotti in così poco tempo?

La seconda: possono questi gadget arrivare a incidere realmente su efficienza e produttività in tempi brevi nelle aziende o siamo destinati, tutto il pubblico, a diventare fruitori dipendenti di tecnologie mature con servizi immaturi o incompleti o addirittura sperimentali?

Lo vediamo già: gli smartwatch accorciano la distanza tra l’uomo e le informazioni che egli riceve , consentendogli di allertarsi o meno per andare a fruire del messaggio completo su un altro device o, in alternativa, registrano una serie di informazioni e parametri che poi saranno elaborati in un secondo momento. Non possono, intrinsecamente, almeno per ora, sostituire appieno nessun device. Sono quindi un gadget- utile – in più. Senza dubbio in evoluzione. Così anche i glass, che pure potenzialmente sembrano estendere anche le capacità percettive con una serie di informazioni in più, subito accessibili, che permettono tempi più rapidi di scelta, si parla in questo caso di ‘realtà aumentata’. Non si è ancora completata la rivoluzione delle app, della mobilità non si è ancora registrata la penetrazione completa nei processi produttivi e il mondo consumer sembrerebbe già pronto e sensibile per un’ulteriore spallata.

Eppure non sono pochi i problemi ancora da risolvere, primo tra tutti quello delle autonomie. Si contano sulla punta delle dita di una mano gli smartphone che sopravvivono più di 24 ore senza ricarica. Quanta fragilità già solo in questo fattore, anche per gli smartwatch, che pure pare estendano anche fino a quattro giorni la durata della batteria, rinunziando a qualche servizio. Basterebbe qualche giorno all’aria aperta in una zona con scarsa copertura per dover dire addio alla misura dei propri battiti cardiaci, alla registrazione dei nostri passi. Nessuno di questi device sarebbe in grado dopo due tre giorni di segnalare nemmeno la nostra presenza se ci perdiamo. Inutile nascondersi dietro a un dito, il problema delle batterie è reale, siamo ai polimeri di litio, nella produzione seriale e di questo al momento dobbiamo accontentarci.

Non sono tanti 300 euro da aggiungere ai 600 di un ottimo smartphone e ai 400 di un buon tablet (o di un laptop) per chiudere a stento una giornata, con la certezza che questi device utilizzati a fondo non rivedranno l’alba ancora accesi, o almeno non tutti? Sony tra i vendor di smartwatch pare il più sensibile alle argomentazioni e propone un device con batteria in grado di durare fino a quattro giorni e impermeabilità all’acqua. Ma la dipendenza da una presa elettrica di tutti questi device è ancora ben evidente.

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Attorno ai nuovi smartwatch dovranno nascere altri servizi: è vero che non importa ancora a nessuno se un orologio entra o meno nei processi produttivi aziendali con i relativi benefici, per il momento però quanto si è visto è ancora poco. Il settore è in fermento, fa bene chi aspetta, chi attende la seconda generazione di qualsiasi cosa l’industria proponga. Perché la fretta di far fruttare gli investimenti in ricerca e sviluppo la pagano i più curiosi, gli innovatori.
Il gioco di induzione del bisogno dei vendor di tecnologia per ora è perfettamente riuscito, ma non potrà durare all’infinito. Non si ha nemmeno il tempo di valutare quale combinazione di device fa al caso proprio che già se ne aggiungono altri.
E’ una vera e propria sbornia e l’ubriaco finisce solo con lo stare male. Potremo arrivare a controllare ogni sorta di flusso comunicativo in tempo reale, e a individuare una farmacia a km di distanza in un battito di ciglia grazie a un minuscolo chip; avere la possibilità di scegliere è certamente meglio che non averla, ma la nostra efficienza sarà sempre in relazione con la capacità di scegliere e di dare il meglio con parche risorse. Nella ridondanza è alto il rischio di confusione, il rischio di confondere l’effettivo raggiungimento degli obiettivi con una proiezione continua di informazioni.

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