Tra WebSphere e cloud i marziani si sono accaparrati Ibm

Strategie

Durante Impact 2011, l’evento Ibm che ha come focus WebSphere, BPM, SOA e le soluzioni cloud, la società ha fatto il punto della situazione e le sfide a cui l’It è sottoposto

Cosa c’entra la bellezza del cosmo con il mondo IT? Potrebbe essere anche una domanda senza risposta, e invece si collega a Impact 2011, l’evento IBM che ha come focus WebSphere, BPM, SOA e le soluzioni cloud e che dopo le giornate di Las Vegas oggi è arrivato in Italia.

Il tema di quest’anno è suggestivo: l’impatto dell’innovazione come Big Bang per la crescita.  Si sprecano le similitudini con l’astronomia, tanto che proprio da questo spunto attacca anche Enrico Cereda, Director of WebSphere Europe SouthWest per IBM, che esordisce con la citazione di un libro di Bignami, Prof. Di Astronomia e Astrofisica IUSS Pavia: “I marziani siamo noi”.

Spiega Cereda: “I marziani siamo noi, perché le sfide che ci attendono sono tante e perché è a noi che tocca indicare qual è il contributo che possiamo dare all’IT”.  Ancora di più nell’anno del centenario per IBM e in uno scenario che vede 50 miliardi di device connessi da qui al 2020, 534 miliardi di transazioni, l’85% delle aziende che useranno servizi cloud, ma con ancora il 50% dei CEO che (dice una ricerca interna Ibm) non si sente pronto ad affrontare il cambiamento, pur riconoscendone nel 70% dei casi l’ineluttabilità.
In questo contesto WebSphere è un brand chiave nella strategia (e per il profitto) di Ibm (Steve Smith ha già condiviso con eWeek Europe la roadmap software da qui al 2015). Tanto più che nel primo quarter del 2011 il ruolo di WebSphere in termini di fatturato è cresciuto del 50% anno su anno, trainato dai mercati di Cina, India e Paesi dell’Est, ma anche dalla regione SouthWest (la nostra) che cresce ‘double digit’, come già ha fatto nel 2010.

Nato nel ’98, in pieno boom della New Economy, da allora e con poche acquisizioni WebSphere è continuato a crescere. Prosegue Enrico Cereda: “Oggi quando si parla di WebSphere si parla sostanzialmente di Application Server che consente di occupare lo spazio di middleware dai clienti e ci consente di generare oltre il 30% di market share a livello worldwide”

Secondo Cereda, la prospettiva di crescita in Europa si individua invece su due filoni: il primo inerente l’interesse per le appliance soprattutto da parte di Francia e Benelux che negli ultimi due/tre anni hanno innovato con i prodotti di integrazione; e l’altro filone è l’interesse per una nuova piattaforma di BPM (Business Process Management) unificata. Annunciato solo due mesi fa a Las Vegas, BPM è proprio l’unione delle due acquisizioni fatte negli ultimi anni, tre anni fa Ilog e quasi due anni fa Lombardi. Così Ibm si può presentare sul mercato con un prodotto completo che è in grado di unire la gestione dei processi con la gestione delle regole. Prosegue Cereda: “L’interesse è vivo anche in Italia, soprattutto in ambito bancario per esempio con l’esperienza del Credito Valtellinese, ed è vivo tanto da far fatica a riuscire a rispondere a tutte le richieste dei clienti”.

Accade, infatti, che in ambito bancario si sia costruito il patrimonio informativo basandosi sui pacchetti applicativi e ora sia necessario re-ingegnerizzare tutti i processi alla ricerca di una maggiore flessibilità. Francia e Benelux hanno sofferto questa empasse fino a metà del primo semestre 2010, l’Italia ci arriva ora, così come arriva solo ora a implementare la SOA, mentre altri Paesi ci sono arrivati anni fa.

Per quanto riguarda la gestione dei processi nello specifico, IBM sta cercando partner locali e ne sono stati individuati quattro nel nostro Paese (due di questi sono SoftLab – per il gruppo assicurativo AMA – e TXT-Solutions). Perché non si può vendere il BPM ‘as is’, ma si deve vendere come progetto. Sembra uno sforzo che paga perché – incalza Cereda “mentre l’anno scorso i clienti italiani si potevano contare sulle dita di due mani, quest’anno sono già quasi una ventina”.

A Cereda preme in realtà focalizzare le direzioni del business software, seguendo il fil rouge di Las Vegas e torna quindi ai prodotti: “Sul brand WebSphere, IBM in America ha fatto annunci di rilievo sia riguardo L’Application Infrastructure e quindi l’Application Server di WebSphere in versione 8, sia – appunto – per il BPM”.

L’application server guadagna il supporto a tutti i dispositivi mobili (sia telefonici, sia tablet) con integrazione diretta senza bisogno di scrivere codice e, oltre al discorso mobile, IBM spinge sulla forte connessione con il mondo cloud con IBM Workload Deployer, una nuova appliance che consente di riunire servizi cloud personalizzati e gestire più application server. Inoltre sono arrivati nuovi sviluppi per l’appliance Cast Iron. E per il BPM la già citata convergenza di Lombardi Edition con Ilog.
Cast Iron non è in verità l’unica appliance hardware nel catalogo WebSphere, perché dieci anni fa IBM ha acquisito DataPower (che da 10 milioni di fatturato è arrivata a 100 milioni solo lo scorso anno) e sotto il dominio Software Group (ma non sotto il cappello WebSphere) IBM ha inoltre Netezza e la parte di appliance Tivoli.

Cereda sottolinea come a Las Vegas si sia in pratica data soddisfazione alle richieste di analisti (Gartner e Idc) e clienti: “Nel portafoglio avevamo da integrare Lombardi e Ilog, ma c’è anche FileNet per la gestione dei flussi documentali (Content Manager). Ora abbiamo annunciato per il 2012 l’integrazione e la convergenza di tutti questi prodotti in un unico motore. Per il momento BPM 7.5 ha compiuto il primo step della convergenza dei primi due (Lombardi-Ilog). Nei prossimi mesi l’integrazione comprenderà anche FileNet e ci potremo spostare ancor di più in alto a destra nel quadrante di Gartner”.

Per Cereda, e tutta IBM, è quindi questo un mercato importante, non solo per il software. I clienti infatti andranno a rigenerare tutta la componente middleware nei prossimi anni, alla ricerca di una maggiore flessibilità. In termini quantitativi si parla di un mercato da 17 miliardi di dollari. E ritornano in gioco anche il 70% dei progetti cloud che sono falliti per la complessità di integrare le applicazioni cloud con quelle in house.

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