La rendicontazione sociale diventa obbligatoria dal 2018. Bdo ci spiega

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Tech Data fa il bilancio dell'anno

Dal 1 gennaio 2018 alcune aziende dovranno depositare assieme ai bilanci 2017 anche una nuova “dichiarazione di carattere non finanziario” che spieghi le azioni messe in atto per tutelare l’ambiente. Bdo spiega i passi base

Carlo Luison, partner Bdo Italia e Sustainable Innovation leader, è da poco sbarcato in azienda ma le sue competenze in area sostenibilità hanno radici ventennali, almeno. ChannelBiz lo ha incontrato a proposito dell’entrata in vigore (1 gennaio 2018) del decreto legislativo 254/2016 che ha recepito la direttiva dell’Unione Europea 2014/95/Ue, che imporrà alle aziende, di un certo tipo e dimensione, di depositare assieme ai bilanci 2017 anche una nuova “dichiarazione di carattere non finanziario” che spieghi le azioni messe in atto per tutelare l’ambiente, avere una corretta gestione del personale, garantire il rispetto dei diritti umani e la lotta alla corruzione.

Carlo Luison
Carlo Luison

Luison, che in Bdo ha già costituito un team di otto persone circa ma destinato a crescere: “La normativa ha accelerato e ha portato a prendere in carico la necessità di costituire e di avere a bordo del team una serie di professionisti della sostenibilità; persone che, per studi o per attività professionale, hanno un bagaglio di cultura economica, giuridica, ambientale, ingegneristica e filosofica. Nuove persone saliranno a bordo – spiega Luison – per completare il quadro”.

Il manager parte dalla base e, con entusiasmo, si sofferma sul passaggio epocale di questa normativa. “Innanzitutto – spiega – si passa dalla volontarietà all’obbligatorietà. Nel contesto di natura latina, l’obbligatorietà porta sempre un’accelerazione. Di fatto, la rendicontazione sociale diventa obbligatoria per un numero importante di imprese, tutte di interesse pubblico, che hanno più di 500 dipendenti. Enti di interesse pubblico, questa è la qualifica che devono avere: sono almeno 300 le imprese in Italia che immediatamente sono toccate dal decreto legislativo. Di queste, già il 70% presentava volontariamente una sorta di rendicontazione non finanziaria di questo tipo. Questo intervento serve a regolare un fenomeno maturo, il legislatore sta ponendo regole condivise, al fine di accompagnare un’evoluzione necessaria che potrebbe altrimenti avere delle derive. In questo senso, e solo come esempio, si possono citare le società quotate, le banche, le assicurazioni”.

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Differenziazione dei rifiuti

Criticità, rischi, costi e riorganizzazioni: sono queste le difficoltà a cui andranno incontro le imprese se non si adegueranno a queste novità normative. “Negli ultimi venti anni – spiega Luison – ci sono stati settori che, in questo ambito, sono stati più avanzati di altri, si pensi al mondo bancario, che ha agito anche per recuperare una crisi reputazionale. Il tema della rendicontazione sociale rafforza l’asset fiduciario su cui si basano gli intermediari e rinsalda un legame con gli stakeholder. Lo stesso hanno fatto le aziende del settore alimentare, così come il comparto chimico, dove le aziende hanno la necessità di dimostrare la gestione responsabile della filiera del valore e nel territorio in cui operano”.

Secondo Luison, l’Italia ha comunque tre elementi che la rendono interessante ai fini della sostenibilità. “In primo luogo l’aspetto culturale: la storia italiana vede la sostenibilità non solo come equilibrio ambientale, ma anche di estetica. Abbiamo già una cultura alla sostenibilità. La complessità normativa è un altro elemento: gli elevati standard di sicurezza, l’igiene la tracciabilità, fanno sì che, sulla carta, l’Italia sia ben gestita. Infine, l’Italia è leader nell’economia circolare, perché oltre a essere bravi a riciclare, siamo abituati a non gettare via nulla. L’Italia ha scarsità di materie prime e fa attenzione a uso e recupero”.

In Italia, secondo Luison, mancano però acceleratori sulla circular economy, come per esempio startup incentivate che presentino progetti per il riciclo e il ri-uso della ‘spazzatura’ “Manca forse una visione d’insieme di sistema: non ci si rende conto che la sostenibilità è un’opportunità. Mentre per la digitalizzazione si sta facendo molto, per la gestione e il recupero delle materie non si fa abbastanza; ed è assurdo, perché l’Italia è leader in questo macrotrend”.

Luison da un lato quindi plaude agli investimenti e agli sforzi sulla digitalizzazione, che considera il primo macrotrend per eccellenza, ma sostiene anche l’opportunità di investire nella circular economy in cui l’Italia può davvero essere leader: servirebbero sforzi maggiori di investimento, d’incentivazione e di riordino della confusione normativa sulla gestione dei rifiuti.
 

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