Negozi chiusi la domenica: Netcomm grida allo scandalo e alla perdita di marginalità

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Negozi chiusi la domenica: chi ci perde e chi ci guadagna? Tra retromarcia e alzate di voce contro perdite di marginalità, la discussione prosegue

La chiusura festiva dei negozi dà del filo da torcere al Governo, in primis, e alle associazioni che in un certo senso sono intervenute e qualche volta ‘tuonato’ contro questa decisioni, a tal punto che in serata c’è stata un sorta di retromarcia da parte governativa. Se da un lato il vicepresidente del consiglio dei ministri Luigi Di Maio aveva lanciato l’idea, in pompa magna, in serata di ieri si è dovuto rimangiare mezza idea sostenendo che sulle località balneari si sarebbe potuto chiudere un occhio. Roberto Liscia, Presidente di Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale Italiano, ieri ha tuonato: “Le proposte di legge attualmente in Commissione Attività Produttive della Camera hanno tutte il comune denominatore non solo di limitare l’apertura dei negozi fisici nei giorni festivi, ma anche il blocco degli ordini online nel fine settimana. Ciò è preoccupante poiché avrebbe come conseguenza un’ulteriore perdita di marginalità e competitività per le aziende italiane”, ha detto. “Quale rappresentante di oltre 300 aziende internazionali e di piccole-medie dimensioni che operano nel commercio digitale, esprimo il mio disappunto per questa proposta che creerebbe un ulteriore ostacolo non solo allo sviluppo del settore retail, ma anche dell’intero sistema economico italiano.

Roberto Liscia, Presidente di Netcomm
Roberto Liscia

Il commercio è infatti uno degli assi chiave sui quali si deve fondare la ripresa dell’economia nazionale: se il consumatore italiano non potrà acquistare nei canali fisici ciò di cui ha bisogno, lo cercherà online e se online le condizioni offerte dai player italiani non saranno allineate a quelle dei portali internazionali, la sua scelta ricadrà su questi ultimi; viceversa, i consumatori stranieri interessati a comprare prodotti italiani, dovranno scontrarsi con un livello di servizio non allineato agli standard internazionali. In definitiva, le aziende italiane subirebbero un danno sia a livello di distribuzione nazionale che di export. “É impensabile aggravare le aziende italiane di un ulteriore svantaggio competitivo a livello internazionale, quando anche i recenti sviluppi della normativa – ad esempio l’abolizione del geoblocking- stanno andando verso un’armonizzazione del quadro competitivo” prosegue Liscia.

Le proposte di legge avanzate andrebbero a impattare su un settore, quello dell’e-commerce, che negli anni continua a registrare una costante crescita: il valore degli acquisti online toccherà i 27 miliardi di euro nel 2018, registrando una crescita a doppia cifra rispetto all’anno scorso, pari al 15%. “Trovo assurdo coinvolgere nella proposta di legge le aziende di e-commerce per incentivare le persone ad acquistare nei negozi sotto casa. Non è questa la strada per supportare i piccoli negozianti, che anzi dovrebbero essere aiutati a utilizzare i canali digitali per instaurare una nuova relazione con il consumatore e creare un ecosistema unico tra online e offline grazie al quale il cliente possa usufruire, indipendentemente dal canale scelto, di un’esperienza d’acquisto completa e soddisfacente. Solo così si potrà incrementare la competitività delle piccole imprese e contribuire alla crescita economica”. conclude.

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